Recenti sviluppi normativi e giurisprudenziali hanno radicalmente trasformato il panorama fiscale per le società veicolo (SPV) impegnate in operazioni di Merger Leveraged Buy-Out (MLBO), portando al definitivo superamento della prassi che negava la detrazione dell'IVA sui costi di transazione.
Dopo che la Corte di Cassazione, con le sentenze nn. 22608 e 22649 del 2024, ha allineato l'Italia ai principi dell'Unione Europea, l'Agenzia delle Entrate ha recepito questo orientamento con la risoluzione n. 7/2026, ammettendo che le spese di consulenza e due diligence sostenute dalle SPV sono investimenti funzionali all'attività economica post-fusione e dunque pienamente detraibili.
Sul piano operativo, la risposta n. 58/2026 ha chiarito che per recuperare l'IVA non detratta negli anni passati a causa della precedente prassi restrittiva, le imprese devono ricorrere allo strumento del rimborso previsto dall'art. 30-ter DPR 633/72, anziché alla dichiarazione integrativa.
Tuttavia, questa scelta procedurale solleva forti criticità evidenziate da Assonime, poiché la strada del rimborso appare più lenta, burocraticamente onerosa e vincolata a un termine biennale che l'Agenzia fa decorrere retroattivamente dal 9 agosto 2024, data delle sentenze di Cassazione, invece che dal 2026, momento dell'effettivo adeguamento amministrativo. Le imprese devono quindi prestare massima attenzione ai tempi e alle prove documentali richieste per non perdere il diritto al recupero dell'imposta, ferma restando la possibilità per chi ha ricevuto fatture nel 2025 di esercitare la detrazione direttamente nella dichiarazione IVA da presentare entro il 30 aprile 2026.
L'esclusione della dichiarazione integrativa: un errore di prospettiva
La prima e più rilevante criticità sollevata da Assonime, con la Circ. 21 aprile 2026 n. 12, riguarda l'indisponibilità della dichiarazione integrativa a favore. L'Agenzia ritiene che il mancato esercizio della detrazione negli anni passati non sia un "errore", ma una scelta consapevole del contribuente, seppur indotta dalla prassi allora vigente.
Assonime contesta fermamente questa visione:
L'utilizzo della dichiarazione integrativa permetterebbe un recupero più lineare e veloce del credito tramite compensazione "verticale" o "orizzontale", evitando aggravi burocratici inutili sia per le imprese che per l'Amministrazione.
Il rimedio del rimborso: un percorso a ostacoli
Costringere le società al rimborso ai sensi dell'art. 30-ter DPR 633/72 trasforma un diritto certo in un procedimento incerto e oneroso. Assonime sottolinea tre punti critici fondamentali:
Osservazioni
In definitiva, sebbene la risoluzione n. 7/2026 e la risposta n. 58/2026 segnino il superamento di un orientamento anacronistico, le modalità operative rischiano di svuotare di efficacia il principio di neutralità dell'IVA. La tutela dell'affidamento, pilastro dello Statuto dei diritti del contribuente, non sembra pienamente garantita da un sistema che penalizza chi ha seguito le direttive dell'Amministrazione rispetto a chi ha agito in difformità. Il rimborso, pur essendo oggi l'unica via indicata, appare come un rimedio "imperfetto" rispetto alla più coerente e snella dichiarazione integrativa.
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Marco Peirolo
- Dottore commercialista e componente della Commissione IVA e altre imposte indirette CNDCECRimani aggiornato sulle ultime notizie di fisco, lavoro, contabilità, impresa, finanziamenti, professioni e innovazione

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