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  • Tempo di lettura 4 min.

Molto saggia la decisione del Governo di rinunciare (o almeno, così pare) all’esercizio della delega contenuta nella L. 144/2025, attuativa della Dir. UE 2041/2022 sui c.d. "salari minimi”.

Ciò in considerazione delle almeno tre criticità che emergono dallo schema di decreto legislativo circolato nei giorni scorsi sotto lo pseudonimo di “Decreto Primo Maggio” e atteso questa settimana in Consiglio dei Ministri.

  1. La prima riguarda il riferimento, apparso in almeno una delle bozze, ai contratti collettivi nazionali “più applicati”, in luogo di quelli sottoscritti dai sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale secondo l’art. 51 D.Lgs. 81/2015. Esso rischia, infatti, di restituire centralità a quella serie di contratti collettivi potenzialmente “pirata”, forieri di trattamenti economici e normativi sotto adeguati standard di tutela, che proprio la L. 144/2025 persegue la finalità di arginare.
  2. La seconda criticità interessa la linea di demarcazione tracciata tra i contratti collettivi stipulati da datori di lavoro o dalle associazioni dei datori di lavoro e dai sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale e la contrattazione collettiva. Tale contrattazione è infatti definita come la “negoziazione” che intercorre tra datori, associazioni datoriali e “organizzazioni dei lavoratori appartenenti al medesimo settore o categoria” anziché i sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale. Il rischio, come intuibile, è un cortocircuito interpretativo.
  3. La terza criticità coincide con l’introduzione di un’indennità provvisoria della retribuzione pari al 30% del tasso di inflazione programmato in tutti i casi di mancato rinnovo del contratto collettivo nazionale per almeno 6 mesi dalla sua scadenza. Tale indennità cresce al 60% nel caso in cui l’inerzia si prolunghi per 12 mesi. Posta infatti la nobile finalità di tutelare il potere di acquisto contro l’inflazione, con tale indennità sembra riecheggiare l’abolita cd. scala mobile. Ciò con diversi rischi: il depotenziamento del ruolo delle parti sociali, il disincentivo di ulteriori forme di incremento della capacità di spesa cucite a misura dei bisogni dei lavoratori, l’impatto sul budget delle aziende che potrebbero reagire con restrizioni o tagli compensativi; ma, soprattutto, l’invasione della legge in un campo appannaggio, per la nostra tradizione giuridica, della contrattazione collettiva.

Molto meno saggia sarebbe, invece, la scelta di gettare il bambino con l’acqua sporca e rinunciare a ciò che di buono la bozza del Decreto Primo Maggio promuove.

  1. La prima cosa è sicuramente la proroga per l’anno venturo delle detassazioni previste dalla Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025). Si tratta, in particolare:
    •  della tassazione al 5% degli incrementi retributivi in conseguenza dei rinnovi contrattuali tra il 1 gennaio 2024 e il 1 gennaio 2027 in favore dei redditi di lavoro dipendente fino a 33.000 euro;
    • della tassazione dell’1% delle somme erogate a titolo di premio di produttività e a titolo di partecipazione agli utili fino a 5.000 euro:
    •  della tassazione al 15% delle somme corrisposte a titolo di straordinario, indennità di turno e di lavoro notturno nel limite della somma di 1.500 euro.
  2. La seconda sono le misure di incentivo del welfare aziendale. Secondo l’art. 10 dello schema di decreto legislativo, tutte le prestazioni e servizi, se erogate in forza di contratti collettivi aziendali o territoriali o dai Fondi Bilaterali, non concorrono entro il limite complessivo di euro 3.000 per lavoratore alla formazione di reddito di lavoro dipendente con esclusione dalla base contributiva. Sono, inoltre, previste la possibilità di creare piattaforme di welfare aziendali o bilaterali ma anche quella, che merita ancora qualche riflessione, della portabilità dei benefit in caso di cambio del datore di lavoro. Sono anche incentivate, con il successivo art. 12, le misure di welfare aziendale destinate al sostegno della genitorialità, della natalità e dell’educazione dei figli con un credito di imposta del 20% in favore dei datori di lavoro entro il limite di 2.000 euro annui per lavoratore.
  3. Il Governo sembra, infine, valutare la stabilizzazione dei bonus per favorire l’assunzione di giovani under 35 e donne introdotti dal cd. Decreto Coesione (DL 60/2024).

In definitiva, quella del “Decreto Primo Maggio” sono scelte delicate. Per compierle, bisogna avere il coraggio di servirsi della propria intelligenza. Ce lo ricordano gli insegnamenti di Immanuel Kant.

Questa traduzione è stata generata dall’intelligenza artificiale. Si prega di verificarne l’accuratezza.
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