L’intelligenza artificiale generativa impone di guardare all’automazione del lavoro da una prospettiva diversa rispetto a quella tradizionale, poiché amplia il suo ambito di incidenza dalle attività manuali, ripetitive o facilmente standardizzabili ai processi di produzione del sapere e coinvolge attività che, fino a tempi recenti, erano considerate espressione tipica della professionalità umana.
La capacità dei sistemi generativi di produrre testi, immagini, codici, sintesi, bozze contrattuali, analisi documentali, contenuti argomentativi e soluzioni operative determina infatti uno spostamento del perimetro dell’automazione verso ambiti nei quali la prestazione lavorativa si è sempre espressa nell’esercizio di conoscenza specialistica, esperienza, autonomia interpretativa e responsabilità personale.
Il problema, pertanto, non può essere ridotto alla domanda se l’intelligenza artificiale sia destinata a sostituire il lavoratore o, al contrario, a potenziarne le capacità, perché entrambe le prospettive colgono solo una parte del fenomeno. I sistemi generativi possono certamente supportare il lavoro intellettuale, per consentire di trattare grandi quantità di informazioni, predisporre prime elaborazioni, confrontare alternative, individuare connessioni e ridurre il tempo necessario per alcune attività preparatorie; tuttavia, la medesima tecnologia può produrre effetti diversi quando viene inserita in un’organizzazione del lavoro che tende a trasformare la rapidità della macchina in nuovo parametro di produttività umana.
In tale prospettiva, il rischio più rilevante riguarda la possibilità che l’intelligenza artificiale, oltre a svolgere alcune attività al posto del lavoratore, modifichi il contenuto della prestazione, determini una riduzione dello spazio dell’elaborazione autonoma e accresca, al tempo stesso, il carico di controllo sugli output generati dal sistema.
Lavorare nell'era dell'AI: una nuova tipologia di rischio
Il lavoratore può infatti trovarsi chiamato a produrre più rapidamente, verificare una quantità maggiore di materiali, correggere testi o analisi elaborati automaticamente, individuare errori non immediatamente percepibili e assumere responsabilità su risultati che presentano in apparenza completezza e affidabilità, ma che non sono il frutto di un processo interamente umano e trasparente.
È proprio questo il profilo che distingue l’intelligenza artificiale generativa da altre forme di automazione. La macchina non si limita a eseguire un’operazione ripetitiva, ma produce contenuti che imitano la forma del ragionamento professionale, così da rendere più difficile distinguere tra supporto tecnico, sostituzione parziale dell’attività intellettuale e trasformazione dell’organizzazione del lavoro. Il rischio, quindi, non coincide necessariamente con l’errore della macchina, ma riguarda anche il modo in cui l’impresa può trasferire sul lavoratore il compito di controllare, correggere e validare risultati generati da sistemi complessi, senza riconoscere adeguatamente il tempo, la competenza e la responsabilità richiesti da tale attività di verifica.
In questo quadro, l’uso dell’intelligenza artificiale generativa può determinare una forma di intensificazione della prestazione che non sempre appare immediatamente visibile. Lo strumento viene presentato come mezzo di semplificazione, ma può comportare un aumento dei carichi cognitivi, perché il lavoratore non deve soltanto utilizzare il sistema, ma deve comprenderne i limiti, valutarne gli output, correggerne gli errori, prevenire conseguenze dannose e, spesso, giustificare decisioni o risultati che sono stati orientati da un’elaborazione automatizzata. La semplificazione tecnica rischia così di trasformarsi in una nuova complessità organizzativa, nella quale la rapidità della macchina comprime il tempo umano dell’analisi, dell’apprendimento, della riflessione e della responsabilità.
Il problema diventa ancora più delicato se si considera che, nelle professioni cognitive, la prestazione lavorativa non produce soltanto il risultato immediatamente richiesto dall’organizzazione, ma genera continuamente conoscenza ulteriore. Testi, correzioni, soluzioni operative, strategie argomentative, schemi interpretativi, archivi, decisioni e modalità di ragionamento possono essere raccolti, ordinati e successivamente utilizzati per alimentare sistemi interni, modelli di automazione o strumenti di intelligenza artificiale. In questo modo, il sapere professionale del lavoratore tende a essere incorporato nell’infrastruttura tecnica dell’impresa, assumendo una forma più facilmente replicabile e riutilizzabile.
La questione, allora, non riguarda soltanto la possibile sostituzione di alcune attività cognitive, ma il modo in cui il sapere prodotto nel corso della prestazione viene riconosciuto, governato e restituito alla professionalità del lavoratore. L’innovazione:
Nuove norme, vecchie categorie
È rispetto a questo rischio specifico che occorre interrogarsi sulla risposta offerta dallo schema di decreto legislativo di attuazione della legge italiana sull’intelligenza artificiale.
Il decreto prende certamente in considerazione il rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro, ma lo fa soprattutto attraverso il richiamo alla formazione, alla riqualificazione professionale, alla tutela nei processi decisionali assistiti e alla salute e sicurezza. Tali previsioni sono importanti, perché riconoscono che l’introduzione dei sistemi intelligenti non è neutra rispetto alle competenze, all’organizzazione della prestazione e alla posizione del lavoratore; tuttavia, non sembrano affrontare in modo espresso il rischio proprio dell’intelligenza artificiale generativa, cioè il rischio che la tecnologia trasformi la mansione “cognitiva” anche quando non assume decisioni sul rapporto di lavoro e anche quando non viene utilizzata come strumento dichiarato di controllo o valutazione.
La disposizione più vicina a tale problema è quella che impone di considerare, nell’ambito della valutazione dei rischi, l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale che producono effetti sull’organizzazione del lavoro, sui ritmi produttivi, sulle modalità di esecuzione della prestazione o sui processi decisionali rilevanti ai fini della sicurezza. La previsione consente certamente di leggere l’intelligenza artificiale come fattore organizzativo rilevante anche sul piano prevenzionistico, soprattutto quando essa incida sui tempi di lavoro, sui carichi informativi, sulla distribuzione delle responsabilità e sullo stress lavoro-correlato. Tuttavia, il decreto non sembra spingersi fino a qualificare espressamente l’AI generativa come fonte di un rischio specifico per il lavoro “cognitivo”, né individua criteri dedicati per valutare il sovraccarico da verifica, la dipendenza dagli output, la perdita di autonomia professionale, la standardizzazione del sapere o l’utilizzo del contributo intellettuale del lavoratore per alimentare sistemi destinati a riorganizzare la medesima attività.
Anche le disposizioni sulla formazione e sulla riqualificazione professionale, pur necessarie, non esauriscono il problema, poiché il rischio dell’IA generativa non riguarda soltanto la capacità del lavoratore di utilizzare correttamente lo strumento, ma anche le condizioni organizzative entro le quali tale utilizzo viene imposto, richiesto o incentivato. Formare il lavoratore all’uso dell’intelligenza artificiale è indispensabile, ma non è sufficiente se l’organizzazione non valuta contestualmente l’impatto della tecnologia sulla mansione, sui tempi di esecuzione, sui carichi cognitivi, sulla responsabilità professionale e sulla possibilità effettiva di esercitare un controllo umano non meramente formale.
Sotto questo profilo, la tutela del lavoratore nei processi decisionali assistiti da intelligenza artificiale rappresenta un presidio importante, ma non copre interamente il fenomeno generativo. L’effetto più significativo può prodursi prima della decisione, nella fase ordinaria di svolgimento dell’attività, quando la macchina può indirizzare la produzione del contenuto, accelera i ritmi, modifica le aspettative dell’organizzazione e riduce il tempo disponibile per l’elaborazione critica.
L’impostazione dello schema di decreto appare ancora legata a categorie più tradizionali, quali la formazione, la decisione automatizzata, la vigilanza e la sicurezza, mentre il problema nuovo è rappresentato dalla trasformazione quotidiana del lavoro intellettuale attraverso strumenti che producono contenuti, assorbono conoscenza, modificano i tempi della prestazione e possono rendere meno visibile il valore dell’apporto umano.
Antropocentrismo, quello vero
La questione centrale, allora, non è soltanto garantire che il lavoratore sappia usare l’intelligenza artificiale, ma assicurare che l’uso dell’intelligenza artificiale non determini una riduzione della professionalità a mera attività di controllo della macchina. Occorre evitare che l’adozione dei sistemi generativi venga letta esclusivamente come occasione di efficienza, senza considerare i nuovi carichi di verifica, le nuove responsabilità, la possibile perdita di autonomia valutativa e l’incorporazione del sapere professionale nell’infrastruttura tecnica dell’impresa.
In assenza di una disciplina espressamente rivolta a questi profili, il rischio è che l’intelligenza artificiale generativa venga regolata solo indirettamente, attraverso norme pensate per la formazione, la sicurezza o la decisione automatizzata, senza cogliere fino in fondo la sua capacità di incidere sulla struttura stessa del lavoro cognitivo. È proprio su questo terreno che dovrebbe misurarsi una tutela realmente antropocentrica: non soltanto nel garantire che l’uomo resti formalmente al centro della decisione, ma nel preservare le condizioni materiali e organizzative che consentono al lavoratore di continuare a sviluppare competenza, autonomia, responsabilità e professionalità.
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Lorenzo Gatto
Stefano Mazzocchi
- Dottore commercialista e docente di diritto tributario, Università Statale di MilanoRimani aggiornato sulle ultime notizie di fisco, lavoro, contabilità, impresa, finanziamenti, professioni e innovazione

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