L'intesa non è una riduzione dei controlli, ma un’evoluzione dove il commercialista previene l'errore, riducendo adempimenti ridondanti a favore di una consulenza di valore. I giovani, nativi digitali, devono usare l'IA e l'analisi dati per trasformare la compliance in vantaggio competitivo e prevenzione strategica delle crisi d'impresa. Il commercialista è il temporary manager ideale perché unisce competenze tecniche, deontologia professionale e visione trasversale, guidando le PMI nei passaggi generazionali e di crescita.
Francesco Cataldi - Presidente dell'Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili (UNGDCEC) - ne parla in questa intervista rilasciata a QuotidianoPiù, in occasione del Congresso Nazionale UNGDCEC a Napoli, dal 26 al 27 marzo 2026.
Presidente Cataldi, il tema del congresso suggerisce un cambio di passo radicale. Spesso il rapporto tra commercialista e Agenzia delle Entrate è percepito come una battaglia tra adempimenti, scadenze e sanzioni. In che modo questa intesa può impattare sulla attività del professionista, garantendo la tutela del contribuente e l'interesse dell'Erario?
Il cambio di passo richiamato dal tema del congresso non è uno slogan, ma una necessità concreta. Oggi il rapporto tra professionisti e Agenzia delle Entrate è ancora troppo spesso percepito come una gestione continua di adempimenti, scadenze e possibili sanzioni. Non è un problema di funzionamento del sistema, ma di come è progettato.
Le evidenze che emergono dal confronto con i professionisti sono chiare: il sistema regge, ma è appesantito da duplicazioni, ridondanze informative e una non sempre uniforme applicazione delle norme. Questo genera inefficienza operativa e, soprattutto, un rapporto percepito come squilibrato.
L’intesa, quindi, non deve essere intesa come una riduzione del controllo, ma come un’evoluzione del modello. Il commercialista può e deve essere parte attiva di questo processo: non un soggetto che subisce il sistema, ma un alleato che contribuisce alla qualità delle informazioni, alla correttezza degli adempimenti e alla prevenzione degli errori.
Per il contribuente questo significa maggiore certezza e maggiore tutela; per l’Erario, un sistema più efficiente, affidabile e orientato alla compliance. Ma il cambio di passo produce un beneficio concreto anche per i professionisti: consente di ridurre il tempo assorbito da attività ripetitive, da adempimenti ridondanti e da incertezze interpretative, valorizzando invece il contenuto tecnico, consulenziale e strategico della professione. Il punto chiave è semplice: meno lavoro inutile e più qualità nelle informazioni. Quando si riducono le duplicazioni, si uniformano le interpretazioni e si riconosce pienamente il ruolo dei professionisti come intermediari qualificati del sistema fiscale, l’intesa diventa reale e genera valore per tutti gli attori coinvolti.
Il nuovo Codice della Crisi d'Impresa e i regimi di cooperative compliance spingono verso una prevenzione del rischio sempre più strutturata. Come possono i giovani commercialisti guidare le imprese verso questa nuova cultura della trasparenza fiscale? Quali i vantaggi concreti?
Nel solco tracciato dal Codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza e dall’evoluzione dei modelli di cooperative compliance, la funzione del commercialista si trasforma profondamente: da presidio ex post a leva strategica ex ante. In questo contesto, i giovani professionisti sono chiamati a interpretare un ruolo non meramente tecnico, ma culturale, accompagnando l’impresa verso una gestione consapevole, trasparente e anticipatoria del rischio fiscale e finanziario.
La chiave risiede in un approccio integrato che coniughi competenze giuridiche e capacità di lettura prospettica dei dati. L’impiego di strumenti di analisi avanzata e intelligenza artificiale consente oggi di costruire assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati – come richiesto dall’art. 2086 c.c. – e di intercettare tempestivamente segnali di crisi o anomalie fiscali. In questa prospettiva, il giovane commercialista diventa facilitatore di sistemi di controllo di gestione evoluti, in grado di trasformare l’adempimento in valore e la compliance in vantaggio competitivo.
Non si tratta solo di prevenire il rischio, ma di strutturare un dialogo continuo con l’Amministrazione finanziaria, riducendo l’incertezza e rafforzando l’affidabilità dell’impresa sul mercato. I benefici sono concreti: minori contenziosi, accesso più agevole al credito, migliore reputazione e, non da ultimo, una governance più solida e resiliente.
È in questo scenario che emerge con forza il contributo delle nuove generazioni di dottori commercialisti: professionisti nativi digitali, flessibili, orientati all’innovazione e sempre più vicini alle dinamiche operative delle imprese, anche attraverso modelli di affiancamento continuativo come il temporary management. Un’evoluzione che merita di essere sostenuta e valorizzata anche a livello ordinistico e associativo, affinché il capitale umano dei giovani professionisti diventi motore di un sistema economico più trasparente, competitivo e sostenibile.
L'UNGDCEC è promotrice di un disegno di legge per l'introduzione della figura del Temporary Manager nelle PMI, con incentivi fiscali mirati. Perché ritenete che il commercialista sia il profilo ideale per questa funzione di direzione temporanea e come questa proposta può aiutare le imprese a superare le fasi critiche o i passaggi generazionali?
Riteniamo che il commercialista sia il profilo ideale per il temporary management nelle PMI perché unisce una visione trasversale dell’impresa a competenze operative immediatamente attivabili. Non parliamo di una figura teorica, ma di un professionista che quotidianamente legge, interpreta e guida i numeri, traducendoli in scelte strategiche.
Le PMI italiane, soprattutto nelle fasi di crescita o di complessità, non hanno sempre la possibilità – anche per ragioni fiscali e organizzative – di strutturarsi con manager interni a tempo pieno. Il temporary management consente invece di accedere a competenze qualificate in modo flessibile: 10, 15 o 20 ore a settimana possono fare la differenza tra stagnazione e sviluppo.
In questo contesto, il commercialista è in grado di intervenire su più livelli: controllo di gestione, pianificazione strategica, gestione delle crisi, sostenibilità, transizione digitale e, non ultimo, accompagnamento nei passaggi generazionali. Proprio qui emerge il valore di una figura capace di coniugare visione economico-finanziaria e conoscenza profonda dell’impresa.
C’è poi un elemento distintivo che non va sottovalutato: l’appartenenza a un Ordine professionale. Questo garantisce il rispetto di regole deontologiche e offre all’impresa una tutela ulteriore, rafforzando il rapporto di fiducia.
Non si tratta quindi solo di “sostituire” un manager, ma di introdurre un acceleratore di competenze in grado di accompagnare l’impresa nei momenti che contano davvero.
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