Un ambiente di lavoro stressogeno è un fenomeno piuttosto diffuso, che può ripercuotersi sulla salute dei lavoratori. Per tale ragione il datore di lavoro si chiede se sussistano obblighi preventivi al riguardo e quale sia il perimetro delle sue responsabilità.
Quadro normativo
Alla luce dell'art. 2087 c.c.,norma cardine del sistema di prevenzione e protezione della salute e sicurezza sul lavoro, il datore di lavoro è tenuto ad adottare “le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.
Un ambiente lavorativo stressante comporta gravi conseguenze alla salute psicofisica dei lavoratori e, per tale ragione, la recente giurisprudenza di legittimità (Cass. 123 del 4 gennaio 2025; Cass. 15957 del 7 giugno 2024; Cass. 3822 del 12 febbraio 2024; Cass. 4664 del 21 febbraio 2024; Cass. 29101 del 19 ottobre 2023) lo configura come fatto ingiusto, che sarebbe evitabile attuando iniziative volte a ridurre disagi. In tale prospettiva, l'elaborazione dottrinale e giurisprudenziale ha coniato il c.d. straining, che consiste nella condotta del datore di lavoro volta a consentire, anche colposamente, il perpetuarsi di un ambiente lavorativo stressogeno.
La responsabilità datoriale è il frutto del carattere onnicomprensivo dell'art. 2087 c.c. a tutela della persona del lavoratore.
A differenza del più noto mobbing, che è caratterizzato da un elemento oggettivo, ossia la pluralità continuata di comportamenti pregiudizievoli nei confronti del lavoratore, e da un elemento soggettivo, rappresentato dall'intento persecutorio nei confronti della vittima, lo straining è ravvisabile anche laddove i comportamenti posti in essere dal datore si manifestino isolatamente o in maniera episodica, purché siano in grado di procuraredisagi o stress. Inoltre, non è necessaria la sussistenza di un intento persecutorio alla base dei comportamenti pregiudizievoli.
Il riconoscimento dello straining è, quindi, una nuova sfumatura aggiunta al variegato panorama delle lesioni dell'integrità psicofisica del prestatore di lavoro, in modo da offrire alla persona del lavoratore una tutela più ampia, che trova la sua fonte nella lettura, costituzionalmente orientata, dell'art. 2087 c.c. (Cass. 123/2025).
La soluzione
Per evitare di incorrere nello straining, il datore di lavoro deve porre in atto tutte le misure necessarie per evitare i disagi e la tensione eccessiva che rendono l'ambiente lavorativo “stressogeno” e nocivo per la salute psicofisica dei dipendenti. Ciò richiede una particolare attenzione sia nell'organizzazione del lavoro sia nella gestione delle situazioni conflittuali che possono manifestarsi.
In tale prospettiva, è irrilevante la eventuale reazione eccessiva dei dipendenti allo stress, perché secondo la giurisprudenza di legittimità “l'art. 2087 c.c. trova applicazione a protezione dei lavoratori in ogni caso, e ciò anche verso i lavoratori più deboli, sicché la maggiore fragilità del lavoratore incrementa e non attenua gli obblighi datoriali di protezione da fattori morbigeni o stressogeni dell'ambiente lavorativo” (Cass. n. 123/2025).
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Claudia Nicolò
- Consulente e formatrice in materia di salute e sicurezza e Consigliere Nazionale di AiFOSRimani aggiornato sulle ultime notizie di fisco, lavoro, contabilità, impresa, finanziamenti, professioni e innovazione

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