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Le conseguenze della trasformazione del sistema economico globale

Negli ultimi anni si sta assistendo a una profonda trasformazione del sistema economico globale. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, la contrapposizione tra blocchi geopolitici, l'introduzione di sanzioni e dazi commerciali, insieme alle tensioni sui prezzi energetici, hanno modificato in modo radicale le filiere produttive, le catene di approvvigionamento e, più in generale, la geografia del commercio mondiale.

Si sta delineando, in alcuni casi, un processo che possiamo definire di “deglobalizzazione selettiva”: le imprese, pur mantenendo una vocazione internazionale, scelgono con maggiore attenzione i mercati in cui operare, valutando fattori come la stabilità politica, la sicurezza delle forniture e la condivisione di regole comuni.

L'Italia, per la sua tradizione manifatturiera e per la posizione strategica nel Mediterraneo, si trova oggi di fronte a una doppia sfida: difendere la competitività e riposizionare le proprie filiere di export.

Per quanto riguarda la competitività, basti pensare all'aumento dei costi energetici seguito allo scoppio del conflitto in Ucraina. Tale incremento ha inciso in modo significativo sulla salute della nostra industria, che si trova a fronteggiare un differenziale di prezzo dell'energia rispetto ad altri Paesi, mettendo in difficoltà soprattutto i settori a più alta intensità energetica – come siderurgia, plastica e chimica. A questo si sommano le difficoltà legate alle tensioni geopolitiche, che condizionano la disponibilità di fattori produttivi essenziali come microchip e semiconduttori, fondamentali in numerosi comparti industriali.
Sul fronte dell'export, un impatto evidente è derivato dall'introduzione dei nuovi dazi statunitensi. Considerando che gli Stati Uniti, nel 2024, hanno assorbito circa il 10,4% delle esportazioni italiane – pari a un valore di circa 64,7 miliardi di euro – e rappresentano il principale mercato extra-UE, le ripercussioni sul nostro sistema economico appaiono chiare, almeno nel breve periodo. Secondo i dati ICE, tali dazi potrebbero generare fino a 10,6 miliardi di euro di costi aggiuntivi per le imprese italiane, con un possibile effetto negativo sul PIL compreso tra –0,2% e –1,4%.

Tra i 27 paesi dell'Unione europea, l'Italia è tra quelli più esposti sui mercati extra europei: nel 2024 è stato indirizzato al di fuori dell'UE oltre il 48% del valore dell'export totale italiano, una quota superiore sia a quelle tedesca e francese (45% in entrambi i paesi), sia a quella della Spagna (oltre il 37%).

In questo scenario emerge una nuova geografia economica, nella quale il vantaggio competitivo delle imprese non risiede più soltanto nei fattori tradizionali – come la leadership di costo o la qualità del prodotto – ma nella capacità di gestire i rischi dei mercati, comprendendone le dinamiche politiche, normative e ambientali per anticipare i cambiamenti.
In un contesto in cui anche le PMI partecipano a catene di fornitura e di valore globali, le trasformazioni geopolitiche in atto impongono un cambio di passo necessario per assorbire gli shock provenienti dall'esterno. Le imprese italiane, da sempre orientate alla manifattura e all'export, stanno ripensando la propria presenza sui mercati internazionali, orientando le strategie verso aree più stabili e regolamentate, in un'ottica di diversificazione e mitigazione dei rischi geopolitici.

Poiché gli eventi macroeconomici hanno oggi un impatto diretto sulla redditività, sulle performance finanziarie e, in alcuni casi, sulla stessa sopravvivenza delle imprese, è indispensabile ripensare l'approccio strategico, intervenendo sull'innovazione, sulla pianificazione, sulla ridefinizione dei modelli di business, sulla gestione della catena del valore e sul risk management.

Tutto ciò richiede una nuova cultura manageriale e competenze più avanzate in materia di pianificazione strategica, gestione finanziaria e analisi dei rischi a livello internazionale. In questo percorso, un ruolo fondamentale è svolto dai professionisti con competenze trasversali, tra cui spicca il commercialista, sempre più chiamato a interpretare la complessità economica contemporanea.

La figura del commercialista sta infatti evolvendo verso quella di un “consulente di scenario”, capace di integrare nelle strategie aziendali i dati contabili con le variabili macroeconomiche e geopolitiche, trasformando le informazioni in decisioni operative. Questo ruolo comporta anche una nuova visione della gestione del rischio, che deve per l'appunto considerare aspetti geopolitici, reputazionali e normativi.

La consulenza si estende così alla valutazione dei mercati di sbocco, alla sostenibilità delle catene di fornitura e alla conformità con le normative europee e internazionali. Nel mondo post-globale, le imprese non hanno più bisogno soltanto di numeri, ma di analisi integrate, capaci di collegare i bilanci alle tendenze geopolitiche, la fiscalità alla compliance internazionale, il rischio finanziario alla governance sostenibile e alla gestione dei fattori ESG.

In questa prospettiva, un ruolo cruciale è assunto anche dal ricorso al mercato dei capitali, che rappresenta per le imprese — soprattutto per le PMI in fase di crescita — un canale alternativo al credito bancario per finanziare investimenti produttivi, innovazione e transizione digitale.

L'apertura al mercato dei capitali, infatti, rafforza la struttura patrimoniale delle aziende, ne migliora la trasparenza e la reputazione, e al tempo stesso agevola i processi di internazionalizzazione: le imprese più capitalizzate, con una governance evoluta e standard informativi più elevati, risultano naturalmente più attrezzate per competere sui mercati esteri e attrarre partnership strategiche. 

Osservazioni

Tutto ciò sarà possibile solo attraverso una rinnovata e più profonda cultura manageriale e maggiori competenze in materia di pianificazione strategica, gestione finanziaria e risk management esteso alle dinamiche internazionali.

In questo nuovo contesto, la professione assume anche una valenza sociale: rafforzare la cultura economica del Paese e sostenere imprenditori e istituzioni nella comprensione e gestione delle trasformazioni globali.

Siamo consapevoli che per interpretare questo ruolo occorre sviluppare nuove competenze e offrire servizi sempre più aderenti alle esigenze reali delle imprese. Solo investendo su innovazione e competenze, il commercialista del futuro potrà comprendere appieno le evoluzioni politiche, economiche e sociali, aiutando le imprese a mantenersi competitive in mercati sempre più turbolenti.

In un contesto dominato da incertezza e complessità, la nostra professione è chiamata non solo a certificare i risultati, ma a contribuire alla loro costruzione, trasformando i numeri in decisioni, la conoscenza in valore e la consulenza in un autentico motore di competitività. 

Lefebvre Giuffrè è presente al Congresso Nazionale CNDCEC, dal 22-24 ottobre a Genova.

Ti aspettiamo allo Stand n. 8 per scoprire insieme le nuove soluzioni per i professionisti fiscali.

Questa traduzione è stata generata dall’intelligenza artificiale. Si prega di verificarne l’accuratezza.
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Sara Armella

- Avvocato, Studio legale Armella & Associati

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