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Banca d’Italia: i piani d’azione degli intermediari non bancari sui rischi climatici

La Banca d’Italia ha pubblicato il Report “Piani d’azione sull’integrazione dei rischi climatici e ambientali nei processi aziendali degli intermediari non bancari: principali evidenze campionarie e nuove buone prassi”, che analizza il grado di maturità delle prassi aziendali degli intermediari finanziari non bancari e le principali evidenze del loro progressivo allineamento alle aspettative di vigilanza in materia di rischi climatici e ambientali. Si tratta dell’ultimo aggiornamento di un percorso iniziato nel 2022, quando l’istituto centrale aveva chiesto a tutti gli operatori di predisporre un piano per adeguarsi gradualmente alle aspettative di vigilanza sui rischi ambientali, da completare entro il 2025. Il documento non si limita a una verifica formale, ma offre una fotografia completa dei progressi compiuti, dei ritardi accumulati e delle buone prassi osservate. Il suo valore va oltre il perimetro nazionale: si inserisce infatti nel quadro europeo e internazionale della finanza sostenibile, rafforzando la credibilità del sistema italiano nel più ampio dibattito sulla transizione verde.

Un sistema eterogeneo e a velocità diverse

L’analisi ha coinvolto 195 intermediari non bancari, tra società finanziarie, istituti di pagamento, società di gestione del risparmio e SIM. I risultati mostrano una realtà a più velocità. Le SGR risultano il comparto più avanzato, con oltre l’80% degli operatori in linea con le tempistiche, mentre altri segmenti, come le SIM e alcune società finanziarie, hanno evidenziato ritardi e difficoltà a definire piani chiari. Questa eterogeneità dimostra come l’integrazione della sostenibilità non sia ancora un traguardo consolidato per tutti, ma un percorso che richiede accompagnamento, confronto e una maggiore diffusione di buone pratiche.

Governance e cultura della sostenibilità

Un elemento positivo emerso riguarda la governance. In quasi tutti i comparti si registra la nomina di referenti per la sostenibilità o la creazione di comitati dedicati, spesso con il coinvolgimento diretto dei consigli di amministrazione. In alcuni casi la sostenibilità è stata inserita nei sistemi di remunerazione, legando gli incentivi del management e del personale al raggiungimento di obiettivi ESG.

Questo passaggio segnala un cambiamento culturale importante: i rischi climatici non sono più trattati come variabile esterna, ma come dimensione centrale delle strategie aziendali.

Modelli di business e innovazione sostenibile

Il report mostra come le SGR abbiano già avviato strategie di investimento orientate al raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050, integrando progressivamente i principi ESG lungo l’intera catena del valore e rafforzando così il proprio posizionamento strategico. Parallelamente, alcune società finanziarie – in particolare quelle attive nel credito al consumo e nel leasing – hanno ampliato l’offerta di prodotti “green”, introducendo linee di finanziamento a condizioni agevolate per l’acquisto di beni a basso impatto ambientale e per rispondere a nuove esigenze della clientela. Anche presso le SIM l’integrazione delle prospettive ESG nei modelli di business risulta più marcata laddove i volumi operativi sono significativi, ad esempio nei servizi di negoziazione in conto proprio o nella consulenza sugli investimenti. In questi casi si osserva una maggiore propensione a sviluppare servizi dedicati e nuove linee di offerta centrate sulle tematiche ESG, anche in coerenza con il regolamento europeo SFDR che classifica fondi e servizi secondo criteri di sostenibilità. Tuttavia, rimane evidente un divario con gli operatori di dimensioni più ridotte e non interconnessi (classe 3 ai fini IFR), che spesso continuano a considerare marginali i temi ESG e non ritengono necessario rivedere le proprie strategie di business in tale direzione. È in questo spazio che la vigilanza esercita un ruolo cruciale, promuovendo consapevolezza, stimolando l’allineamento graduale alle aspettative regolamentari e diffondendo esempi virtuosi che possano fungere da riferimento per l’intero settore.

Gestione dei rischi e strumenti operativi

Sul fronte del risk management, molti intermediari hanno compiuto passi significativi verso l’integrazione dei rischi climatici e ambientali nei propri framework di rischio. Le SGR, in particolare, hanno completato la mappatura di tali rischi sia a livello d’impresa sia nei portafogli gestiti, includendoli nei processi ICAAP e affinando gli stress test sul rischio di credito. In questo contesto, alcuni operatori hanno quantificato gli impatti economici derivanti da scenari avversi, come l’introduzione di una carbon tax o l’aumento delle probabilità di default nei settori a più elevata esposizione climatica. Parallelamente, diverse società hanno ampliato i propri strumenti di analisi attraverso la costruzione di dataset dedicati ai rischi climatici e ambientali, alimentati da informazioni interne, questionari rivolti alla clientela e dati provenienti da fonti esterne. Presso alcune SGR, questi questionari sono utilizzati non solo per attribuire un rating ESG agli asset in portafoglio, ma anche per monitorare nel tempo gli investimenti effettuati e i risultati conseguiti, confluiti poi nei bilanci di sostenibilità. Altri intermediari hanno sviluppato strumenti operativi innovativi, come heatmap di materialità basate sulle tre dimensioni del rischio climatico (pericolosità, esposizione e vulnerabilità), utili a valutare con maggiore precisione i canali di trasmissione dei rischi sull’operatività aziendale. In alcuni casi, l’analisi si è spinta fino alla mappatura degli impatti ambientali potenziali su specifiche attività: ad esempio, un istituto di pagamento ha valutato la localizzazione degli ATM in funzione del rischio ambientale dei siti. Infine, anche le SIM hanno rafforzato il proprio cruscotto di indicatori di rischio, includendo metriche ESG a beneficio sia della gestione interna sia della clientela, retail e istituzionale. L’adozione di questi strumenti ha reso più solida la capacità degli intermediari di misurare e monitorare l’impatto di eventi climatici estremi, dei rischi di transizione e delle conseguenze reputazionali, trasformando la sostenibilità da principio astratto a componente operativa e strategica concreta.

Trasparenza e disclosure

Il profilo di trasparenza e disclosure mostra un progressivo consolidamento, in particolare presso le SGR, che hanno sviluppato infrastrutture informative in linea con la SFDR, aggiornando siti web, documentazione di offerta e informative periodiche. Anche tra gli altri intermediari si registra una crescente attenzione, con un maggior ricorso a bilanci d’esercizio e informative di Terzo Pilastro per comunicare l’esposizione ai rischi climatici e ambientali. Per IP e IMEL, invece, il sito aziendale si conferma lo strumento privilegiato per diffondere dati e performance ESG. Nel complesso, emerge un percorso ancora disomogeneo ma orientato verso una maggiore chiarezza informativa.

Buone prassi e prospettive future

Il report individua numerose buone prassi replicabili: task force multidisciplinari, aggiornamento delle policy sui prodotti, server alimentati da fonti rinnovabili, sistemi di monitoraggio con limiti operativi legati a indicatori ESG, esercizi di stress test e raccolta di dati tecnici sui beni finanziati. Questi esempi mostrano come la sostenibilità possa tradursi in procedure e strumenti concreti, superando il rischio di restare confinata a un piano meramente comunicativo. Guardando al futuro, il 2025 rappresenta un anno cruciale: entro la fine dell’anno gli intermediari dovranno completare l’allineamento alle aspettative di vigilanza. Molto dipenderà dalla capacità di trasformare i rischi climatici e ambientali da minacce a occasioni di innovazione, rafforzando la resilienza del sistema e contribuendo al contempo alla transizione sostenibile del Paese. Il messaggio della Banca d’Italia è chiaro: la sostenibilità non è un tema opzionale, ma una componente strutturale della stabilità finanziaria. L’integrazione dei rischi climatici ed ambientali nei processi aziendali rappresenta una sfida di lungo periodo, ma anche un’opportunità per modernizzare il settore e allinearlo alle esigenze della società e del pianeta. In questo percorso la vigilanza svolge un ruolo decisivo, non soltanto come controllore, ma come catalizzatore di cambiamento culturale.

Fonte: Report Banca d’Italia

Questa traduzione è stata generata dall’intelligenza artificiale. Si prega di verificarne l’accuratezza.
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