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Il salario, prima ancora che minimo, deve essere giusto tanto per i lavoratori quanto per le lavoratici. Perché, come insegna Kelsen, il diritto deve avere anche l'ambizione di essere buono. A questo principio sembra guardare la Direttiva UE 970/2023, c.d. pay trasparency, in vigore dal 7 giugno 2026. Che riafferma quel principio di uguaglianza retributiva tra uomini e donne per lavori di pari valore iscritto nel codice genetico dell'Unione Europea. A consacrarlo sono stati, infatti, il Trattato di Roma del 1957, il Trattato di Maastricht del 1992, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea con le note sentenze: “Defrenne II” del 1976, “Jenkins” del 1981, “Bilka” del 1986, “Cadman” del 2006, “Tesco” del 202. Ma anche la Direttiva UE 54/2006. La Direttiva in commento è stata ribattezzata pay trasparency in quanto, nell'ottica del legislatore europeo, solo la trasparenza dei dati salariali abilita a verificare l'esistenza del divario retributivo tra sessi, che ancora oggi in Europa è di circa il 12% a carico della lavoratrici. Bene. Essa si presta all'indagine almeno da quattro punti di osservazione. Insufficienze strutturali Il primo è quello degli ostacoli che, in un così articolato quadro normativo, hanno impedito l'attuazione del princ...

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EPISODIO 1

Trasparenza e parità salariale: dentro la direttiva UE 2023/970

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La parità retributiva: obblighi del datore di lavoro

La Direttiva Europea, che mira a rafforzare il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne attraverso la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione, è stata recepita in Italia con D.Lgs..

di

Marcella de Trizio

- Avvocato - Studio ArlatiGhislandi

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