A modesto avviso di chi scrive, l'entusiasmo andrebbe misurato. È infatti vero, da un lato, che la nuova disciplina, ispirata ai princìpi contenuti nella Direttiva Insolvency, pone le basi per una riforma culturale, che segni il definitivo passaggio dal (vecchio) diritto fallimentare al (moderno) diritto della crisi, nel quale la conservazione dell'impresa in attività costituisce per l'intero sistema un valore meritevole di tutela al pari - e forse più - dei diritti dei creditori, così come l'insolvenza non deve più essere considerata un'onta, ma un'evenienza fisiologica da prevenire e/o regolare al meglio in funzione, appunto, della conservazione dei complessi produttivi, anziché in funzione della loro liquidazione.
Ma è anche vero, dall'altro lato, che la travagliata gestazione del Codice ha generato un corpus normativo tanto ipertrofico (391 articoli, senza contare le estensioni bis, ter ..., spesso a loro volta suddivisi in numerosi e lunghi commi, secondo una tecnica redazionale discutibile), quanto avaro di effettive novità di portata sostanziale nella prospettiva della regolamentazione della crisi e dell'insolvenza rispetto al sistema precedente.
Definitivamente (e opportunamente) abrogate le procedure d'allerta resta poco di davvero innovativo.
Non è certo stata innovata la procedura di fallimento: al di là della sostituzione terminol...
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