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La valutazione ESG dei fornitori è oggi un elemento centrale dei processi di procurement e compliance. Questo mio contributo propone un modello operativo per definire KPI, raccogliere dati, classificare il rischio ESG e integrare scorecard e dashboard nei processi di qualifica, monitoraggio e rinnovo dei rapporti contrattuali.

Le fasi di processo sono dunque le seguenti:

  • definizione dei KPI ESG (c.d. KSI)
  • raccolta dei dati
  • classificazione del rischio ESG
  • integrazione di scorecard e dashboard nei processi di qualifica e monitoraggio dei fornitori

La sostenibilità è divenuta un fattore determinante nella gestione della supply chain. L'attenzione del legislatore europeo, culminata nell'adozione della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e della Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), ha rafforzato il principio secondo cui le imprese devono conoscere e governare non solo i propri impatti ESG, ma anche quelli generati lungo la catena del valore. In tale prospettiva, la valutazione dei fornitori assume una funzione strategica: non rappresenta più una semplice attività di qualifica commerciale, ma uno strumento di gestione del rischio, di tutela reputazionale e di dimostrazione della diligenza organizzativa.

Per le funzioni Procurement, Compliance e Strategy & Sustainability ciò comporta l'esigenza di adottare modelli di valutazione strutturati, basati su criteri oggettivi, indicatori misurabili e sistemi di scoring in grado di supportare decisioni documentabili e coerenti nel tempo.

Definire KPI ESG (c.d. “KSI) realmente utili

La qualità di un sistema di valutazione dipende innanzitutto dalla scelta degli indicatori.

Un errore frequente che lamentano tante funzioni organizzative e operations consiste nel predisporre questionari molto articolati che raccolgono una quantità elevata di informazioni, spesso difficili da verificare e poco utili ai fini decisionali.

È preferibile individuare un numero limitato di KSI, selezionati in funzione del settore di attività, della criticità della fornitura e del livello di rischio associato al fornitore.

Per la dimensione ambientale, gli indicatori maggiormente utilizzati riguardano:

  • presenza di un sistema di gestione ambientale certificato;
  • consumi energetici;
  • emissioni di gas a effetto serra;
  • gestione dei rifiuti;
  • utilizzo delle risorse idriche;
  • obiettivi di riduzione degli impatti ambientali.

Per la componente sociale assumono particolare rilievo:

  • indici di infortunio e sicurezza sul lavoro;
  • programmi di formazione;
  • politiche sui diritti umani;
  • misure reali di inclusione e pari opportunità;
  • controllo dei subfornitori;
  • implementazione delle procedure di whistleblowing.

Per la governance risultano invece significativi indicatori relativi a:

  • adozione del codice etico aggiornato agli indici ESG;
  • procedure anticorruzione;
  • gestione dei conflitti di interesse una volta identificati;
  • protezione dei dati personali;
  • sistema dei controlli interni;
  • formazione e presa in carico di responsabilità da parte degli organi di amministrazione.

L'obiettivo è individuare indicatori facilmente misurabili, confrontabili nel tempo e verificabili mediante evidenze documentali.

Questionari, audit e raccolta delle evidenze

Una volta definiti i KSI, il secondo passaggio consiste nell'organizzare un processo di raccolta dei dati affidabile.

Nella maggior parte delle organizzazioni il punto di partenza è rappresentato dal questionario ESG rivolto ai fornitori. Il questionario dovrebbe essere strutturato per aree tematiche e prevedere sia domande qualitative sia richieste di dati quantitativi, accompagnate dall'obbligo di allegare la documentazione di supporto.

Tra i documenti maggiormente richiesti figurano certificazioni ISO, codice etico, politiche ambientali, procedure anticorruzione, bilanci di sostenibilità, report sulle emissioni, documentazione in materia di salute e sicurezza e attestazioni relative alla formazione del personale.

L'autodichiarazione, tuttavia, non è sufficiente a garantire l'affidabilità delle informazioni raccolte.

Per i fornitori maggiormente critici è opportuno prevedere verifiche documentali e audit periodici, da programmare sulla base del livello di rischio. Gli audit consentono di verificare la corrispondenza tra quanto dichiarato e le prassi effettivamente adottate internamente, analizzando procedure aziendali, registrazioni, evidenze operative e, ove necessario, effettuando sopralluoghi presso i siti produttivi.

Sempre più imprese procedono a fare double check integrando tali verifiche con informazioni provenienti da banche dati esterne, strumenti di media monitoring, liste sanzionatorie e provider specializzati nella valutazione ESG. L'utilizzo di fonti informative diversificate aumenta la robustezza del processo e riduce il rischio di basare le valutazioni esclusivamente su autodichiarazioni.

La classificazione per fasce di rischio

Uno dei principi fondamentali della due diligence consiste nell'applicare controlli proporzionati al rischio.

Non tutti i fornitori richiedono il medesimo livello di approfondimento. Una classificazione preventiva consente di concentrare le attività di verifica sui rapporti maggiormente esposti sotto il profilo ambientale, sociale o reputazionale.

Tra i principali fattori di rischio possono essere considerati:

  • valore economico della fornitura;
  • strategicità del bene o del servizio offerto;
  • Paese in cui opera il fornitore;
  • settore industriale;
  • presenza di subforniture;
  • impatto ambientale dell'attività svolta;
  • precedenti criticità reputazionali o sanzionatorie.

Una classificazione articolata su quattro livelli può costituire una soluzione operativa facilmente implementabile:

Classe A (80-100 punti): rischio contenuto e qualifica piena.

Classe B (60-79 punti): qualifica con monitoraggio periodico.

Classe C (40-59 punti): qualifica subordinata all'attuazione di un piano di miglioramento.

Classe D (inferiore a 40 punti): elevata esposizione al rischio, con riesame della qualifica o eventuale esclusione.

La classificazione deve essere aggiornata periodicamente, poiché il profilo ESG del fornitore può evolvere nel tempo in funzione di eventi interni, cambiamenti organizzativi o nuovi rischi emergenti.

Integrare i criteri ESG nei processi di qualifica

Il valore della valutazione ESG dipende dalla sua effettiva integrazione nei processi aziendali.

Il punteggio ottenuto dal fornitore dovrebbe incidere concretamente sulle decisioni di qualifica, sull'affidamento degli ordini, sul rinnovo dei contratti e sulla definizione dei piani di miglioramento.

Una procedura efficace può articolarsi in cinque fasi:

  1. raccolta delle informazioni;
  2. attribuzione del punteggio ESG;
  3. classificazione del rischio;
  4. definizione delle eventuali azioni correttive;
  5. decisione finale della leadership sulla qualifica.

Anche la documentazione contrattuale dovrebbe riflettere tale impostazione mediante specifiche clausole ESG che prevedano obblighi informativi, diritto di audit, impegno al miglioramento continuo e conseguenze in caso di violazioni gravi dei principi di sostenibilità o di compliance.

L'integrazione della valutazione ESG nel ciclo di vita del contratto consente inoltre di dimostrare la tracciabilità delle decisioni e la proporzionalità delle misure adottate, aspetti destinati ad assumere crescente rilevanza alla luce dell'evoluzione della disciplina europea sulla due diligence.

Scorecard e dashboard: dal dato alla decisione

Il cuore del modello che propongo è rappresentato dalla scorecard ESG.

Lo strumento traduce le informazioni raccolte in un punteggio sintetico, facilmente interpretabile dal management e dalle funzioni di controllo.

Una soluzione frequentemente adottata attribuisce un peso alle tre dimensioni ESG, ad esempio:

  • Ambiente: 35%;
  • Sociale: 35%;
  • Governance: 30%.

Ogni KSI riceve un punteggio su una scala predefinita (ad esempio da 1 a 5 o da 0 a 100), successivamente ponderato in funzione della sua rilevanza. Il risultato finale permette di confrontare fornitori appartenenti alla stessa categoria merceologica, individuare aree di miglioramento e monitorare l'evoluzione delle performance nel tempo.

Accanto alla scorecard, sempre più organizzazioni utilizzano dashboard digitali integrate con i sistemi ERP o con le piattaforme di vendor management. Le dashboard consentono di visualizzare in tempo reale il livello di rischio dei fornitori, lo stato degli audit, la scadenza delle certificazioni, l'avanzamento dei piani di miglioramento e gli eventuali alert relativi a criticità emergenti.

Il monitoraggio continuo trasforma così la valutazione ESG da attività periodica a processo dinamico, favorendo interventi tempestivi e decisioni basate su dati aggiornati.

Naturalmente si necessita la redazione di una procedura ad hoc a cura dell’ESG legal advisor che deve essere approvata e circolarizzata oltrechè di un ciclo di formazione su questa importante tematica.

Considerazioni conclusive

L'efficacia del sistema, se ben progettata e messa in piedi, non costituisce soltanto uno strumento di controllo, ma un supporto alle decisioni che consente di selezionare partner più affidabili, promuovere il miglioramento continuo della filiera e dimostrare, anche nei confronti degli stakeholder e delle autorità di vigilanza, l'effettiva adozione di un approccio strutturato alla sostenibilità.

Questa traduzione è stata generata dall’intelligenza artificiale. Si prega di verificarne l’accuratezza.
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a cura di

redazione Memento

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