L’estensione del Tax Control Framework alle PMI non è più soltanto una prospettiva di sistema, ma un tema ormai operativo. Il riferimento principale è il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 3 febbraio 2026, che ha dato attuazione al regime opzionale previsto dall’art. 7-bis del D.Lgs. 128/2015. A questo si affiancano il decreto 12 novembre 2024, n. 212 sulla certificazione, il decreto 21 novembre 2024 sull’attestazione e le Linee Guida dell’Agenzia delle entrate approvate il 10 gennaio 2025. Il tema centrale, però, non è solo definire il perimetro normativo, ma capire se il modello di TCF consolidatosi nella prassi sia davvero compatibile con la struttura organizzativa delle PMI.
Perché non basta semplificare
Il Tax Control Framework è nato e si è evoluto guardando soprattutto alla grande impresa: processi formalizzati, ruoli distinti, funzioni separate, flussi informativi strutturati, sistemi capaci di produrre evidenze e risorse interne in grado di sostenere mappatura, testing e monitoraggio. Anche le linee guida si muovono in questa direzione e descrivono un sistema organico di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale che presuppone un livello significativo di maturità organizzativa.
È qui che nasce il problema. Di fronte alle PMI, la risposta più immediata è alleggerire il modello: meno processi, meno rischi, meno controlli, meno documenti. Ma alleggerire non significa compromettere la coerenza complessiva e la tenuta dell’impianto di gestione e minimizzazione del rischio fiscale, significa solo renderlo più coerente con la struttura su cui lo stesso incide e, quindi, più sostenibile.
Occorre partire da una considerazione di fondo: le PMI non sono grandi imprese in formato ridotto. Hanno una struttura diversa. I processi esistono, ma non sempre sono formalizzati. La conoscenza si concentra spesso nelle persone più che nei sistemi. Le decisioni fiscalmente rilevanti fanno capo a poche figure chiave. Le aree amministrativa, contabile e fiscale tendono a sovrapporsi. Una parte importante del presidio è frequentemente affidata all’esterno. In questo contesto, il tema non è tanto l’assenza di controllo, quanto la difficoltà di rendere visibili, tracciabili e verificabili presidi che esistono già, ma in forma implicita.
Per questo la parola semplificazione rischia di essere fuorviante. Il tema vero non è fare un TCF “più leggero”, ma costruire un TCF diverso, capace di adattarsi – come detto – alla fisiologia organizzativa delle PMI.
Dove cambia davvero il modello
Se cambia il contesto, deve cambiare anche il metodo. Il modello tradizionale parte dai processi aziendali, individua i rischi fiscali e collega a ciascuno i controlli. Nelle PMI questa sequenza può risultare poco utile, perché spesso costringe a una rappresentazione troppo teorica dell’organizzazione. Più efficace parrebbe un approccio rovesciato: partire dai rischi che contano davvero e, da lì, risalire ai passaggi operativi essenziali. In concreto, significa concentrarsi su aree come IVA, deducibilità dei costi, gestione del personale, qualificazione di operazioni particolari, eventuali rapporti infragruppo o operazioni straordinarie, per capire dove il rischio fiscale nasce, come viene gestito e dove si collocano i punti di fragilità.
Anche sul piano dei controlli serve un cambio di sguardo. Nelle PMI molti controlli esistono già, ma non sono riconosciuti come tali. L’approvazione di una fattura, la verifica di una contabilizzazione, il confronto con il consulente prima di assumere una posizione fiscale, la validazione di un pagamento o di una classificazione possono già incorporare un presidio sostanziale. Il problema è che questi momenti restano affidati alla prassi e all’esperienza individuale, senza diventare parte di un sistema e patrimonio dell’impresa. Un Tax Control Framework credibile, quindi, non dovrebbe moltiplicare controlli ulteriori, ma far emergere quelli già presenti, selezionare quelli davvero decisivi e attribuire loro una responsabilità chiara.
Il nodo, del resto, non è solo tecnico. Nelle PMI il rischio fiscale tende a concentrarsi là dove si concentra la decisione. Questo può essere efficiente, ma riduce gli spazi di revisione, rende più difficile separare scelta, esecuzione e verifica e aumenta la dipendenza da singole persone. In questo senso, il TCF diventa anche uno strumento di chiarificazione organizzativa: serve a rendere esplicito chi decide, chi controlla, chi trasmette le informazioni al consulente e chi valida ciò che ritorna dall’esterno.
Il ruolo del consulente esterno è un altro punto decisivo. Nelle PMI il presidio fiscale è spesso condiviso con commercialista, consulente fiscale o payroll provider. Questo significa che il rischio fiscale non si genera solo nei processi interni, ma anche nelle interfacce: qualità dei dati trasmessi, tempi dello scambio informativo, completezza delle informazioni, capacità di comprendere e validare ciò che il consulente restituisce. Nelle PMI, quindi, il sistema è per sua fisiologia ibrido.
A ciò si aggiunge il tema del costo, che qui non è marginale ma strutturale. Per una PMI non basta chiedersi quanto costa impostare il modello; bisogna chiedersi quanto costa mantenerlo vivo. Un sistema che richieda troppa documentazione, verifiche invasive o risorse continuative che l’impresa non possiede può essere corretto sulla carta ma insostenibile nella pratica. Per questo la proporzionalità non coincide con il semplice “fare meno”, ma con il “fare meglio”, progettando un presidio selettivo, comprensibile e sostenibile.
Lo stesso vale per l’aggiornamento. Un TCF può essere ben costruito all’inizio e perdere rapidamente aderenza alla realtà se non esiste un riesame periodico, anche essenziale. Nelle PMI i cambiamenti organizzativi non sempre passano da procedure formalizzate: possono manifestarsi in una diversa distribuzione dei compiti, in un consulente che assume maggiore centralità, in una crescita dell’operatività o in un’operazione straordinaria. Il monitoraggio, quindi, non dovrebbe diventare un ulteriore appesantimento, ma il presidio minimo che consente al sistema di non diventare obsoleto.
In ottica sistemica, il regime opzionale rende il TCF più vicino a soggetti che prima lo osservavano dall’esterno. Questo potrebbe generare un certo interesse, allo stato – a dire la verità – non emerso, essendo probabilmente utile un progressivo allineamento con le premialità proprie del regime ordinario, visto che normativamente non emergono semplificazioni procedurali particolari per le PMI.
Per un altro verso, occorre anche considerare che potrebbero generarsi, almeno in una prima fase, percorsi di adozione prevalentemente formali, nei quali il sistema venga costruito più per rappresentare ordine e presidio che per incidere davvero sulla qualità della gestione del rischio. È quindi evidente la necessità di trovare un giusto equilibrio tra le diverse esigenze che l’ordinamento deve prendere in considerazione e tutelare.
In conclusione, il Tax Control Framework nelle PMI può avere un significato reale solo se si rinuncia all’idea di trasferire, in scala ridotta, il modello elaborato per la grande impresa. Il suo valore non sta nella replica di architetture complesse, ma nella capacità di far emergere, ordinare e rafforzare presidi che già esistono, anche se impliciti o poco tracciati. In questa chiave, il TCF può diventare molto più di uno strumento di compliance: può essere una leva di maturazione organizzativa, utile a chiarire ruoli, ridurre la dipendenza da singole persone, migliorare i flussi informativi e rendere il rischio fiscale più leggibile e governabile. C’è però anche da dire che, l’adozione di un TCF da parte delle PMI, che sia efficiente ma anche sostenibile, potrebbe rappresentare un investimento di prospettiva garantendo una migliore reputazione, una maggiore capacità di approcciarsi ad operazioni di finanza strutturata e la possibilità di realizzare passaggi generazionali più ordinati e di successo. Insomma un investimento che vale la pena fare.
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29 aprile ore 17.00 a Milano presso Lefebvre Giuffrè in Via Monte Rosa 91 Clicca qui per partecipare gratuitamente. |
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Marco Nessi
- Dottore Commercialista e Revisore LegaleRimani aggiornato sulle ultime notizie di fisco, lavoro, contabilità, impresa, finanziamenti, professioni e innovazione

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