"ESG" non è una formula alla moda, ma l’acronimo che riassume una precisa idea di impresa: Environmental, Social, Governance:
In altri termini, è sostenibile l’impresa che tiene insieme dignità del lavoro, tutela dell’ambiente e regole coerenti con questi obiettivi.
UE e sostenibilità: un connubio che parte da lontano
C’è chi si chiede perché insistere oggi sulla sostenibilità nel contesto europeo, mentre dagli Stati Uniti arrivano segnali di raffreddamento su temi come diversità, inclusione e diritti umani. La risposta è netta: Europa e America seguono traiettorie differenti. Ciò che oltreoceano viene talvolta archiviato come “passato”, nel Vecchio Continente resta un investimento sul futuro. Per l’Unione europea la sostenibilità non è un accessorio, ma una direzione di marcia.
Le radici affondano nelle fonti primarie. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea proclama la dignità umana inviolabile, il diritto a condizioni di lavoro giuste ed eque e l’integrazione di un elevato livello di tutela ambientale nelle politiche dell’Unione. È la stessa visione che anima il Trattato sull’Unione europea e il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che consacrano i principi di sviluppo sostenibile, precauzione e prevenzione.
Questa architettura giuridica nasce da una tradizione culturale – il diritto sociale europeo – che ha sempre rifiutato l’idea di un mercato fine a sé stesso. E quindi:
Non è un caso che molte Costituzioni europee, tra cui quella italiana del 1948, collochino il lavoro e la dignità al centro del patto sociale, subordinando l’iniziativa economica all’utilità sociale, alla salute e all’ambiente.
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Il lavoro al centro della strategia ESG
In questo quadro il lavoro è la chiave di volta dell’ESG.
Storicamente nasce come cura della terra; culturalmente è strumento di realizzazione della persona; giuridicamente ha bisogno di regole che lo proteggano dai rischi di disumanizzazione. Senza lavoro dignitoso non c’è “S”; senza tutela dell’ambiente non c’è “E”; senza governance etica non c’è “G”.
Dalle fonti primarie è germogliato un processo normativo ampio e irreversibile:
Non si tratta di interventi episodici, ma di tasselli di un disegno coerente: rendere la sostenibilità condizione di accesso al mercato, al credito e alla fiducia degli stakeholder. E i numeri del mercato dei fondi sostenibili confermano questa direzione: l’Europa concentra la quota maggioritaria degli asset globali ESG, mentre gli Stati Uniti rappresentano una percentuale significativamente inferiore.
Può davvero l’Europa invertire rotta e archiviare con leggerezza un percorso inscritto nei suoi Trattati e nelle sue direttive? La sostenibilità, per l’Unione, non è un capitolo contingente ma un orizzonte strategico. E il lavoro – nella sua dimensione ambientale, sociale e di governance – ne resta il cardine.
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