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Oltre la prevenzione della salute e della sicurezza del lavoro: ampliare lo sguardo

Parlare di salute e sicurezza è possibile – e, oggi, forse persino necessario – anche al di fuori dei luoghi di lavoro, soprattutto quando si sceglie di ampliare lo sguardo oltre i confini della sola scienza tecnica o giuridica. Questo permette di cogliere quei fenomeni che agiscono ai margini della percezione collettiva e che si configurano sempre più come rischi emergenti. Si tratta di dimensioni che raramente trovano spazio nei report o nelle statistiche, ma che incidono in modo profondo sull’esperienza quotidiana delle lavoratrici e dei lavoratori.

È proprio nello scarto tra ciò che è misurabile e ciò che è vissuto che si apre la possibilità di ricorrere ad altri linguaggi. In questa prospettiva, forme espressive come la narrazione audiovisiva o la metrica poetica si rivelano strumenti capaci di dare forma e intelligibilità ad aspetti del lavoro che ancora mancano di un lessico condiviso. La narrazione diventa così uno spazio simbolico e interpretativo, in cui l’esperienza individuale può acquisire una valenza collettiva: ciò che viene vissuto singolarmente si trasforma in una conoscenza riconoscibile, comunicabile e socialmente rilevante.

Raccontare come pratica di prevenzione

Se la prevenzione mira ad agire prima che il danno si manifesti, anche il racconto condivide questa stessa tensione anticipatoria. Raccontare non significa soltanto descrivere: è un gesto di cura, un modo per dare forma a ciò che non ne ha ancora, per portare alla luce ciò che tende a rimanere invisibile.

Raccontare la sicurezza del lavoro significa, dunque, rendere visibili quegli elementi che spesso restano ai margini delle analisi tecniche e statistiche: i vissuti soggettivi, le tensioni quotidiane, i fattori organizzativi e psicosociali che, pur non generando nell’immediato eventi acuti o infortuni, operano come rischi cronici, incidendo in modo profondo e continuativo sulla salute. Il racconto non si pone in alternativa al sapere scientifico, ma ne rappresenta un complemento imprescindibile. Permette di ampliare la comprensione dei rischi e, talvolta, di intercettarne i segnali più precoci, prima che si trasformino in un danno conclamato. In questo modo contribuisce a mantenere viva una soglia di attenzione che le sole procedure – per loro natura standardizzate – non sempre riescono a presidiare.

La narrazione audiovisiva come mezzo culturale di sicurezza del lavoro

Se si condivide questa cornice interpretativa, si comprende come la narrativa audiovisiva possa rappresentare un alleato significativo nella costruzione di una cultura della sicurezza orientata alla prevenzione primaria. Attraverso il racconto, infatti, temi complessi e spesso percepiti come distanti entrano nello spazio di una comprensione più ampia e accessibile.

Un esempio emblematico è la serie televisiva “L’altro Ispettore”, trasmessa inizialmente in prima serata su Rai Uno e oggi disponibile nel palinsesto di Rai Play, che ha portato all’attenzione del grande pubblico storie legate alla sicurezza sul lavoro e al fenomeno delle “morti bianche”. La figura dell’ispettore del lavoro, che esamina i casi di infortunio attraverso competenza ed empatia più che attraverso l’uso della forza, propone un modello narrativo alternativo, coerente con una visione preventiva e non meramente sanzionatoria della sicurezza. Un modello capace di valorizzare il sapere tecnico insieme alla dimensione etica, relazionale e organizzativa della prevenzione.

La partecipazione della produttrice della serie televisiva e dell’attore protagonista come ospiti del convegno organizzato dalla cattedra di Diritto della sicurezza del lavoro dell’Università degli Studi di Milano il 27 febbraio 2026, alle cui finalità ha aderito anche l’editore Lefebvre Giuffrè, rafforza un messaggio centrale: la sicurezza non può essere ridotta ad un insieme di norme o procedure. È, prima di tutto, una questione culturale. È racconto. È la capacità di far emergere ciò che resta invisibile, di dare parole al rischio prima che si trasformi in sinistro, di riconoscere “la crepa” come segnale debole quando è ancora tale.

Da questa prospettiva, la narrazione audiovisiva e la ricerca universitaria mostrano una profonda convergenza: entrambe mirano a illuminare ciò che tende a rimanere nascosto e, attraverso questa illuminazione, a renderne possibile la trasformazione. In un contesto in cui i dati sugli infortuni e sulle malattie professionali non accennano a diminuire, adottare modalità di racconto non convenzionali, originali e “fuori dal coro” non appare affatto fuorviante, bensì necessario.

Parlare di sicurezza significa oggi, più che mai, ampliare i linguaggi con cui la si pensa e la si comunica.

Scarica la locandina e consulta il programma del convegno ""Intelligenza artificiale e salute sul lavoro: prevenzione, compliance e sfide organizzative", che si terrà venerdì 27 febbraio 2026 dalle ore 9:30 presso l'Aula 431 dell'Università degli Studi di Milano (via Festa del Perdono n. 7).

Iscrizione obbligatoria entro le ore 12 del 25 febbraio 2026 scrivendo all'indirizzo: info.dpsd@unimi.it .

La poesia come linguaggio dei segnali deboli

Anche la scelta di ricorrere alla poesia per affrontare temi poco conosciuti al di fuori degli ambiti specialistici – come il rischio psicosociale o quello, più recente ma sempre più pervasivo, legato all’uso dell’intelligenza artificiale: iperconnessione, automatizzazione, intensificazione dei ritmi, pressione organizzativa, perdita dei confini tra tempo di lavoro e di vita – non è esercizio retorico.

La poesia non rappresenta affatto una digressione, ma un ulteriore strumento di conoscenza. Restituisce al lavoro la sua dimensione più fragile e più umana, dando voce a forme di sofferenza sottili, silenziose, difficili da nominare. Per questo, all’interno di un percorso di riflessione su salute e sicurezza del lavoro, può trovare posto una voce come quella che segue: il racconto diuna malattia professionale che non irrompe, non interrompe, ma si insinua.

È a partire dall’attenzione ai segnali deboli – e dalla necessità di dar loro forma prima che si trasformino in danno – che prende corpo la poesia che segue, intitolata “Sotto il peso dei giorni”.

Sotto il peso dei giorni

qualcosa cede in silenzio,

mentre il lavoro prosegue uguale a sé stesso.

Schermi accesi,

decisioni che scorrono veloci,

troppo veloci,

ritmi appresi dalle macchine e restituiti come urgenza continua.

Le presenze accanto si assottigliano:

restano sagome operative, ombre,

voci filtrate,

figure riflesse

in una luce che non conosce tregua.

Dentro di me, una crepa silenziosa

si allarga senza preavviso.

Non interrompe,

non segnala errore:

non attiva allarme,

si deposita.

Il gesto sembra corretto,

la risposta fin troppo puntuale,

l’algoritmo suggerisce, anticipa,

calcola.

Mi adeguo,

finché il confine tra sostegno tecnologico e ritmo imposto

diventa il luogo esatto

in cui la salute arretra,

senza che nessun allarme suoni.

Voglio ribellarmi,

ma intanto la giornata finisce.

Questa poesia prova a rendere percepibile un disagio che, per sua natura, sfugge ai radar della misurazione tecnica. L’uso delle immagini – gli schermi accesi, le sagome operative, la luce senza tregua – vuole evocare un ambiente di lavoro iper‑tecnologizzato, in cui “la persona” diventa gradualmente sfondo rispetto al ritmo dettato dalle macchine. L’algoritmo “suggerisce, anticipa, calcola”, ma questa apparente facilitazione si trasforma progressivamente in un vincolo, in una cornice operativa che restringe gli spazi di autonomia. Così, “il confine tra sostegno tecnologico e ritmo imposto” diventa il punto esatto in cui la salute arretra, facendo emergere un fenomeno che porta già nel nome la sua natura di rischio: lo stress tecnologico, una pressione sottile che non esplode, ma si accumula, giorno dopo giorno.

Questa traduzione è stata generata dall’intelligenza artificiale. Si prega di verificarne l’accuratezza.
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© Copyright - Tutti i diritti riservati - Giuffrè Francis Lefebvre S.p.A.

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