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  • Tempo di lettura 2 min.

In ambito fallimentare (oggi liquidazione giudiziale), non di rado accade che il datore di lavoro risulti inadempiente, oltre che nei confronti delle retribuzioni corrisposte, anche in relazione all'obbligo di corrispondere il trattamento di fine rapporto (TFR) maturato e conferito ai fondi di previdenza complementare ex D.Lgs. 252/2005 (e non solo). Sul tema, ci si interroga anzitutto in merito a chi sia il titolare di tale credito e, di conseguenza, chi sia legittimato a procedere all'insinuazione dello stato passivo per soddisfare la propria pretesa creditoria. A tali interrogativi, sollevati dalla giurisprudenza in materia ormai da anni, ha parzialmente risposto la recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 16116 del 7 giugno 2023) ancorando definitivamente, senza tuttavia fornire una risposta univoca, la legittimazione a procedere all'insinuazione dello stato passivo alle due diverse fattispecie ravvisabili nel caso, quali: delegazione al pagamento e cessione al Fondo. Titolarità delle somme e legittimazione attiva Per quanto attiene al primo interrogativo, l'incertezza interpretativa sollevata in primis dalla giurisprudenza deriva anzitutto dalla discrasia tra quanto disposto dalla legge delega per la riforma della previdenza complementare (Legge 243/2004) e la successiva disciplina di dettaglio contenuta nel decreto delegato (D.Lgs. 252/2005).

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